Sulle strade dei beati

Cari amici, buongiorno a tutti!

È un piacere per me essere qui con voi. Grazie per avermi invitato nella vostra classe. Ammetto che non amo parlare di me né mettermi in mostra, ma poiché siete curiosi di conoscere la mia storia e quello che Dio ha fatto nella mia vita, non mi tirerò indietro e resterò volentieri a farvi compagnia!

La mia vita inizia a Ferrara, dove nasco nel primo giorno di primavera, il 21 marzo 1918. A nove anni mi trasferisco con la mia famiglia in viale Regina Elena, a Rimini, in una villetta al mare, vicino alla parrocchia (Santa Maria Ausiliatrice, tenuta dai Salesiani) a causa del lavoro del mio papà, direttore di banca.

Vado volentieri all’Oratorio: lì ci sono anche molti bambini della zona con cui giocare e divertirmi. Sono il secondo di sette fratelli (Adolfo, io, Carlo, Raffaello, Giorgio — purtroppo volato in cielo molto presto — e gli ultimi due fratelli, Giorgio e Gede, diminutivo della piccola Geltrude). Il mio papà si chiama Alfredo e la mia mamma Maria; sono genitori affettuosi, molto cristiani e generosi verso tutti.

La mia famiglia è abbastanza agiata, il papà ha un ottimo lavoro e la mamma è una bravissima casalinga, catechista, animatrice e Dama di Carità. Posso dire che non ci manca proprio nulla!

E visto che Dio ci ha donato una vita serena e abbastanza comoda, spesso vedo i miei genitori regalare cibo e vestiti per aiutare le persone bisognose che bussano a casa nostra.

Vicino a dove viviamo c’è un villaggio di povera gente: pescatori, ortolani, muratori, braccianti... Tutti bussano alla nostra porta, perché sanno che, una volta entrati, nessuno se ne andrà a mani vuote. A volte accade che, quando torniamo da scuola, stanchi e molto affamati, sulla tavola apparecchiata ci sia da mangiare appena una minestrina. «È passato Gesù» ci dice la mamma «aveva fame e gli ho dato quello che c’era». Allora noi figli capiamo che la mattina devono essere passati molti poveri, se in cucina non è rimasto più nulla...

La mia infanzia trascorre felice ma, quando compio quindici anni, il mio papà se ne va in cielo. Per noi tutti è un dolore immenso; la mia mamma si ritrova a dover mandare avanti da sola la nostra numerosa famiglia. Ora mi sento quasi come un secondo padre per tutti i miei fratelli...

Dopo la morte del papà comincio a scrivere un diario:

«Mi voglio rifugiare in te, caro diario, quando mi sento solo, addolorato o felice. Per me, sei quasi una necessità».

Nel diario racconto con sincerità e verità quello che mi capita nella vita, soprattutto il mio rapporto con Dio: ho deciso di diventare santo! Voi direte:

«Ehi, adesso sei un po’ troppo presuntuoso, non credi?» E avreste ragione! Da solo non potrei proprio niente... Se diventerò santo sarà solo grazie a Dio. Ma a Dio serve anche la mia volontà: io gliene faccio dono. Tuttavia, è inutile voler diventare santi, se non si vive immersi nella realtà che ci circonda. Così, decido di gettarmi anima e corpo nelle attività in parrocchia. I padri Salesiani contano molto sul mio servizio, mi danno fiducia e mi nominano animatore dell’oratorio. Poi divento catechista... ah, quanto amo stare in mezzo ai ragazzi!

In questi anni mi dedico a tanti sport non solo per la mia salute, ma soprattutto per non diventare pigro e rendere più forti il carattere e la volontà 1. Amo tutte le discipline: il tennis, l’atletica, il nuoto, la vela, che pratico su un vecchio moscone di famiglia. Gioco a pallavolo, a tennis, a ping-pong e a calcio nel ruolo di attaccante: a volte capita che siano molti i ragazzi che vogliono scendere in campo, così mi ritiro dalla squadra e cedo loro il posto. Facciamo a turno: tutti abbiamo diritto di giocare.
Ma lo sport che pratico maggiormente è il ciclismo; in bicicletta vado fino a Bologna, Arezzo, Firenze, Bergamo, La Verna: anche più di cento chilometri al giorno, da solo o con gli amici dell’Oratorio, per passione e per missione. Che dono meraviglioso stare all’aperto e contemplare la natura!

Il 1° novembre 1943, purtroppo, si abbatte una tremenda catastrofe su Rimini.

Siamo in guerra, la Seconda Guerra Mondiale. Gli inglesi ci bombardano dal cielo e dal mare. Dolore, miseria, fame, morte, lacrime e povertà distruggono la mia amata città. Noi abitanti siamo costretti a sfollare nei quartieri di periferia e in altri paesi.  
Così ci trasferiamo a San Marino: lì saremo più al sicuro dalle bombe. Siamo in tanti a esserci rifugiati qui, il cibo è scarso per tutti. Non posso fermarmi e restare a guardare.

Così, inforco la mia bicicletta e raggiungo sotto le bombe le città vicine per procurare latte, farina, pasta, marmellata e scatolame; distribuisco medicine, pane, materassi; soccorro i feriti. Quello che ho e che riesco a raccogliere lo carico in borsa e lo vado a distribuire ai poveri: farò di tutto pur di salvare delle vite innocenti.

Proprio ieri mattina ho incontrato due soldati che erano fuggiti. Uno di loro era senza scarpe. Senza farmi vedere, ho guardato i suoi piedi e i miei, poi ho pensato: «Abbiamo lo stesso numero: gli possono andare bene!».
Così sono tornato a casa con un paio di vecchi zoccoli. Che regalo mi ha fatto quel soldato a permettermi di donargli le mie scarpe!

Ecco come potrò diventare santo!
Ogni persona, nel luogo in cui si trova e con il ruolo che ha, può impegnarsi a migliorare il mondo, seguendo il Vangelo, al servizio degli uomini.

«Mettere tutta la propria vita, le forze, l’intelligenza, la propria gioventù, i propri beni al servizio degli altri è la più bella prova di amore... Io credo che una vita spesa solo per se stessi non abbia alcun senso.»

Questo è il mio programma di vita: amare Dio e amare gli altri con il suo amore.

«Servire è meglio che farsi servire. Gesù si mette al servizio degli altri!»

Alberto Marvelli è morto a Rimini in un incidente stradale all’età di 28 anni (5 settembre 1946), è stato beatificato a Loreto il 5 ottobre 2004 da Papa Giovanni Paolo II.

Nota. Le parole in grassetto aiutano nella compilazione della Scheda per il triennio.

Le risposte sono: A3, B1, C1, D1, E2, F3, G3, H2. 


1 Alberto «era un ragazzo straordinario: intelligente, sveglio, dotato di buona memoria, pacifico anche se vivace, pieno di salute, forte di carattere, fermo, deciso, volitivo, generoso, sereno, animato da un profondo senso di responsabilità e giustizia, riflessivo anche se impulsivo per natura, metodico e preciso; grazie alle sue qualità umane aveva un forte ascendente sui compagni; ma era stimato soprattutto per le sue virtù, per la finezza dei modi, lo spirito di tolleranza, l’equilibrio, la fedeltà alle promesse, l’entusiasmo che metteva nell’apostolato.» (Fonte: www.chiesa.rimini.it/albertomarvelli)